ALESSIO GUARINO | FILM PHOTOGRAPHY
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ALESSIO GUARINO | FILM PHOTOGRAPHY
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WORK_
APPARTAMENTO LAGO | MILANO BRERA
APPARTAMENTO LAGO | BERGAMO
APPARTAMENTO LAGO | MILANO TORINO
APPARTAMENTO LAGO | VENARIA
APPARTAMENTO LAGO | BOLZANO
© Alessio Guarino
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Il Barone Rampante. Calvino a Torino. Frencesca Chiorino intervista Luciano Pia - Casabella 822
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(coming soon project) in collaboration with Alessandro Mason and Elisabetta Bianchessi
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" Il non avere scopo ci avvicina alla natura, fermarsi a capire porta via tempo " John Cage
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E’ certo difficile immaginare quale aspetto prenderanno i giardini per cui e prevista un’esistenza non inscritta in nessuna forma. A mio parere, i giardini di questo tipo non dovrebbero essere giudicati sulla base della loro forma ma piuttosto sulla base della loro capacità di tradurre una certa felicità di esistere. Gilles Clemént
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IVREA DI OGGI | ESPLORAZIONI IN UNA CITTA' AI CONFINI DELL'IMPERO DI FULVIA GRANDIZIO Qualcosa da cui ricominciare. Architetture senza tempo, che a guardarle oggi ti sembrano ancora belle di quella bellezza sospesa che avevano nelle foto in bianco e nero scattate al tempo della loro costruzione. Una candidatura a sito Unesco per farsi conoscere al mondo, per salvare queste architetture e i luoghi in cui sono inserite, che sono stati gradualmente contaminati nei loro spazi interstiziali da intrusioni speculative e “distrazioni” urbanistiche, ma anche per guardarsi con gli occhi dell’altro e ricordare a noi stessi, in quest’angolo di Canavese ai confini dell’impero, ciò di cui siamo stati protagonisti. È il tardo inverno 1960, il 27 febbraio Olivetti muore improvvisamente. Ivrea si paralizza – è carnevale – i festeggiamenti sono annullati. Il vuoto lasciato da Adriano sarà riempito dal solo disorientamento. Il Palazzo Uffici pensato per riunire tutte le funzioni direzionali dell’azienda è appena stato commissionato ma una crisi finanziaria interna all’azienda farà perdere l’occasione di vedere interamente realizzata la sistemazione esterna, non priva di echi di esotismo, a firma del paesaggista Pietro Porcinai. Accedere all’atrio, entrare in contatto con la scala centrale, elemento a pianta esagonale di snodo dei tre corpi di fabbrica articolati tra loro nella forma di un’elica, è un’esperienza sorprendente. Architettura che avvolge, ipnotizza, strania e spinge lo sguardo verso l’alto dove una volta a scaglie di prismi di vetro esagonale rimanda all’operosità di un alveare. La storia dell’impresa Olivetti è la storia della produzione di un’idea organica, declinata quasi in ogni campo del sapere e dell’agire umano. Oggi di tutto quello che è stato resta ancora tangibile il suo essersi concretizzata in manufatti architettonici e raccontare forma e funzione di alcuni tra i più rappresentativi è un modo per rievocare il significato di questa idea. 1941: inaugurazione dell’Asilo nido Olivetti. Gli architetti Luigi Figini e Gino Pollini applicano alla lettera l’autarchia nella forma di citazione elegante del genius loci di quella città costruita su colli che è Ivrea. Si fanno beffe della retorica dell’architettura littoria disegnando spazi funzionali, articolati in blocchi parallelepipedi, razionalisti, che hanno una pelle in pietra locale. Il giardino che asseconda le curve di livello delle rocce dioritiche, un pergolato i cui pilastri sono tagliati nella foggia dei pali in pietra che reggevano le viti, un tempo abbondanti in quelle terre e la vasca d’acqua, che non c’è più, in cui generazioni di bambini si sono divertiti sotto l’occhio attento delle educatrici. E poi gli interni, con una distribuzione calibrata sulle diverse attività che diventerà un modello e, disegnati appositamente, i giocattoli di legno come l’elefante-scivolo e le grandi ceste con le ruote per trasportare i piccoli ospiti. Poco distante, su via Jervis, arteria lungo la quale si trova gran parte degli edifici aziendali delle origini, la coppia Figini e Pollini ha lasciato un altro segno indelebile nel fabbricato dei Servizi sociali, realizzato tra 1955 e 1959 e giocato sulla modularità dell’elemento esagonale. Suddivisa in due corpi, la struttura a nastro che ospitava nel primo l’infermeria, mentre nel secondo offriva ai dipendenti la possibilità di formazione culturale con una biblioteca sempre aggiornata e, per certi temi come la saggistica e le scienze sociali addirittura specialistica, è non a caso collocata di fronte al principio di tutto: la fabbrica. Ovvero le fabbriche. Dove ha origine via Jervis si trova l’edificio industriale in mattoni a vista in cui Camillo Olivetti insediò nel 1908 la sua officina-laboratorio di meccanica di precisione e in cui creò la prima macchina da scrivere. In adiacenza sono sorti i successivi ampliamenti, tutti firmati Figini e Pollini. I due architetti realizzarono il primo stabilimento a concezione moderna tra 1934 e 1936; al suo interno fu pensato il «Salone dei 2000», spazio di riunione che poteva accogliere i 2000 dipendenti Olivetti di allora. Pochi anni dopo seguono il 2° e 3° ampliamento delle Officine I.C.O. (Ingegner Camillo Olivetti) edifici razionalisti dalle facciate interamente vetrate che saranno completati alla fine degli anni ’40. Chiudono la serie gli stabilimenti della «Nuova I.C.O» sorti tra 1955 e 1957. A sud della cortina delle fabbriche, la mensa, progettata da Ignazio Gardella alla metà degli anni ’50, è ormai irriconoscibile negli interni frazionati e privati degli arredi, brulicanti di attività diverse. Ma percorrendone il perimetro esterno, anch’esso articolato secondo una geometria esagonale, si ha la sensazione spaesante di trovarsi in Scandinavia, circondati da un abbraccio di rocce e di alberi della flora spontanea di Monte Navale. Qui i pasti erano confezionati sfruttando una filiera corta antesignana con materie prime provenienti da realtà agricole locali che gravitavano nell’orbita aziendale: i cosiddetti stabilimenti I-Rur (Istituto per il Rinnovamento Urbano e Rurale del Canavese) e allo stesso tempo questo è il luogo in cui si sono esibiti o hanno fatto conferenze con cadenza quasi settimanale i nomi più importanti della cultura e dell’arte italiana del secondo dopoguerra. Queste architetture, con le loro funzioni e la progettazione minuziosa, raccontano di un meccanismo d’impresa costruito secondo una «organizzazione scientifica del lavoro» efficiente. Fin dagli anni ’30 del Novecento la politica aziendale era fondata sulla convinzione che fosse indispensabile crescere una manodopera qualificata, indenne da discriminazioni, e conservarla investendo in formazione permanente. Salute e sicurezza sul lavoro erano normati e, per accrescere la fedeltà dei lavoratori, il sostegno aziendale aveva sviluppato i servizi sociali (asili e scuole), la rete dei trasporti e concesso finanziamenti per le ristrutturazioni delle abitazioni dei dipendenti dell’hinterland eporediese. Raggiunto il pieno controllo dell’azienda Adriano è profondamente convinto che la qualità dei prodotti sia indissolubile dal loro appeal estetico e per questo, oltre che nella ricerca, investe un’alta percentuale dei proventi nel design e nel marketing. Olivetti ritiene prioritario che la redistribuzione dei profitti ricada sulla comunità che li ha generati e giunge, anche in momenti di crisi, alla scelta di non sacrificare la manodopera in esubero preferendo incrementare la rete della commercializzazione. Negli occhi di chi ha vissuto dal basso, ma non solo, l’esperienza olivettiana traspare una nostalgia che è fatta di orgoglio, di percorsi di riscatto sociale costruiti sull’accesso facilitato all’istruzione, nell’incredulità di quanto fossero all’avanguardia i servizi sociali di cui si è goduto e di quanto queste condizioni lavorative abbiano migliorato la qualità della vita e la “felicità” di un dipendente. Ma il risultato del miglioramento delle condizioni di vita materiali e di accrescimento culturale sono stati cinquant’anni vissuti in una perenne elaborazione del lutto. Come ha osservato il sociologo Luciano Gallino, che lavorò all’Olivetti dal 1956 al 1971 «Dall’ingegner Adriano davvero tutti si aspettavano tutto». Una dipendenza psicologica che è durata nel tempo e ha paralizzato iniziativa e volontà. L’eredità immateriale lasciata da Adriano ha un valore immenso per questi luoghi perché è qui, in una terra di confine, che hanno attecchito prima la fortuna della fabbrica di Camillo, innovativa rispetto alla produzione tessile dominante, e poi l’utopia comunitaria di Adriano. Tuttavia si legge oggi ovunque in città un senso di rinuncia, di smantellamento, nel vedere che di anno in anno le immobiliari che gestiscono le proprietà ex-Olivetti vendono pezzi di storia sotto gli occhi dell’amministrazione comunale che gestisce il MAAM, il museo di architettura all’aria aperta delle architetture d’impresa. Tutto accade senza che si sollevi alcun movimento di opinione. Tutelare architetture del XX secolo senza museificarle, consapevoli che cambi di destinazione d’uso comportano adeguamenti che devono essere concessi sensibilizzando le multinazionali, che ne sono ora proprietarie, del valore storico e simbolico di questi edifici e di conseguenza difendere l’idea di cui esse sono espressione è la sfida che si propone la candidatura Unesco per l’Ivrea company town. Ma insieme a questo occorre puntare sul recupero e sul ripensamento, alla luce delle tecnologie di cui oggi si dispone, di prassi ancora valide come il radicamento al territorio dell’impresa, l’applicazione del part-farm-time, con il conseguente rispetto del paesaggio che veniva dal non sradicare i dipendenti dalle loro case - spesso sperdute in luoghi di montagna - e dal lavoro agricolo ad esse connaturato, grazie a una rete di trasporti aziendale capillarmente diffusa in Canavese. Corsi e ricorsi della storia. L’Olivetti dei tempi migliori era fuori dalla Confindustria. Una posizione che significava avere contro i capitalisti, che non comprendevano il motivo per cui Adriano non desse assoluta priorità al profitto, ma anche i marxisti, che lo accusavano di paternalismo. Il non aderire alla Confindustria era una decisione risoluta che aveva, di certo, un significato opposto a quello che la stessa scelta assume oggi per una nota impresa nazionale. In una situazione come l’attuale, in cui l’unica realistica flessibilità del lavoro è l’adattamento del dipendente all’arbitrio dell’impresa, una riflessione sull’esperienza olivettiana riaprirebbe le menti verso un vissuto che è stato reale e che oggi appare surreale. Ricostruire la città a misura dell’uomo e non del solo profitto. È lo spirito di questi tempi malati che ce lo chiede© Testo di Fulvia Grandizio
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LA VISIONE DI ADRIANO OLIVETTI PER IL SUD | TESTO DI ANTONIO GUARINO
Oggi ad oltre 50 anni dalla sua realizzazione cosa è rimasto di quello straordinario programma? Nel VI secolo a.C. approdò sulla costa flegrea, dove oggi c'è la città di Pozzuoli, un gruppo di greci fuggiti dalla tirannia di Policrate. Avevano lasciato la propria patria, l'isola di Samo, diretti verso l'Italia meridionale, dove fondarono una città, Dicearchia, che significa “governo-giusto”. Dopo 25 secoli - siamo all'inizio degli anni '50 del '900 - altri uomini, provenienti da parti diverse d'Italia, sono arrivati nello stesso luogo con un nuovo compito: contribuire con i loro progetti non solo allo sviluppo del Sud d'Italia, ma anche, umanizzando i processi produttivi dell'era industriale, a dare forma concreta ad una nuova e più giusta relazione tra capitale e lavoro. Tra questi uomini vanno ricordati tre personaggi che furono protagonisti di quegli anni e che del futuro avevano una grande visione: l’imprenditore Adriano Olivetti, l'architetto Luigi Cosenza e il paesaggista Pietro Porcinai. Lo stabilimento verrà collocato sulla via Domiziana a pochi chilometri da Napoli, lungo quel tratto eccezionale di linea di costa flegrea denominato Arco Felice, dove al magnifico paesaggio dominato dal mare si sovrappone la stratificazione storica sedimentata in millenni di storia. Afferma Adriano Olivetti il 25 aprile 1955 nel discorso d’inaugurazione dello stabilimento: “La nostra società crede nei valori spirituali, nei valori della scienza, crede nei valori dell'arte, crede nei valori della cultura, crede, infine, che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati dalle contese ancora ineliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell'uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto”. Il processo di costruzione di questa realtà produttiva concretizza ciò che continua a sembrare utopia: creare uno spazio in cui il lavoro e l’operare dell’uomo anziché mortificarla, valorizzi la sua umanità, mediante luoghi di lavoro dove la luce, il paesaggio e l'articolazione degli spazi permettono a chi opera e produce di amare il proprio lavoro e di contribuire attivamente e consapevolmente con la propria opera al futuro pulsante della fabbrica. L'architettura di Cosenza esprime appieno in modo razionale lo sviluppo organico del manufatto rispetto al territorio in cui s’inserisce. Cosenza, rifiutando l’idea di fabbrica monolitica tradizionale, realizza ambienti che con le loro funzioni avvolgono e si riavvolgono nel paesaggio circostante. Il complesso si frammenta per accogliere la morbidezza del giardino di Porcinai che, sapientemente misurato, si inserisce in continuum, senza fratture, con il grande paesaggio locale e con il costruito: in alcuni momenti ne ammorbidisce il disegno, in altre lo esalta, in altre ancora lo apre all'immenso paesaggio costiero. Gli ampi e continui porticati rafforzano questo senso di forte compenetrazione tra esterno e interno. Dove mancano, le ampie vetrate continuano questo compito fondendo spazio-luce e spazio-materia. Significativo è quanto ebbe a dire Eduardo De Filippo visitando il complesso: “Ah, potete vedere il tramonto anche dall'officina?” Intorno a una vasca di accumulo - a forma di laghetto naturale - delle acque per l'irrigazione, posta al centro del complesso, il giardino conserva, nel suo dolce pendio a terrazzamenti, le alberature esistenti fatte di pino d'Aleppo (Pinus Halepensis) e carrubo (Ceratonia Siliqua) e le arricchisce con essenze mediterranee quali il glicine (Jacaranda Mimosifolia) e il gelso da carta (Broussonetia Papyrifera), oltre ad altre. Mentre siepi sempreverdi e piante rampicanti completano l'equilibrata architettura del giardino. Oggi, a oltre cinquant’anni dalla sua realizzazione, cosa è rimasto di quello straordinario programma? La continuità degli ambienti fatti di officine, sale di progettazione e di studio, uffici, biblioteche, mensa e luoghi di forte socialità dedicati all'incontro e al confronto sono spariti. Passato alla Telecom, rimossa in nome del dio profitto quella straordinaria utopia del lavoro e della produzione che lo aveva generato, spezzettato lo spazio in uffici diversi, gli esterni sembrano rispettati ma gli interni sono stati brutalmente modificati con soppalchi e divisioni. Ora che la crisi economica sta cancellando sogni e speranze per colpa di una finanza internazionale manovrata da potenti agenzie di rating, lo stabilimento rimane ancora lì, nel suo golfo tra la collina di Posillipo e il Monte Nuovo, uno tra i più belli del mondo, un modello di comunità produttiva per il futuro; un complesso che è un vero atto di fede nel lavoro inteso come strumento di valorizzazione dell'Uomo e di tensione verso la Bellezza
© testo di Antonio Guarino
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DISEGNARE PEOSIA | TESTO DI ANTONIO GUARINO “Le regole vengono dalla poesia, solo quando avverto una pulsione poetica riesco a progettare, altrimenti non mi è possibile”. Riccardo Dalisi Nel 1982 in quella Napoli post-terremoto, lui era professore di Composizione architettonica della Facoltà di Architettura e io ero un suo studente. Il suo interesse era rivolto al recupero dei grandi edifici del centro storico di Ponticelli (antico casale di Napoli). Pezzi di edilizia di origine rurale raccolti intorno a grandi corti chiamate “e Curtine” che Dalisi amava definire soggiorni a cielo aperto. Luoghi su cui si sono stratificati nel tempo corpi, ambienti dettati da continue necessità agricole prima, urbane dopo. Bisogni che si erano sedimentati, idee, carne e sudore che nel tempo avevano preso forma. Muro contro muro, voltine che sorreggono ballatoi e terrazzini, scale su archi rampanti; in ogni angolo, in ogni spazio residuo si inserivano nuovi pezzi, nuove necessità. Tutto intorno ad un vuoto: luogo dove si raccoglie un pezzo di umanità emarginata quella che un tempo veniva denominato sottoproletariato urbano. Quell'apparente disordine formale era stato creato da un'antica e lunga operosità che aveva raggiunto, nel pieno della modernità, una densità abitativa critica. Quell’importante pezzo di storia, quegli elementi caratterizzanti del paesaggio locale andavano recuperati dandogli un ruolo nella città moderna. Bisognava inserire nuovi standar abitativi pulendo gli eccessi, le superfetazioni, diradando e inserendo cellule abitatitive nel tessuto tortuoso esistente. La cucina e il soggiorno erano i luoghi che avevano bisogno di una riflessione particolare. L'idea del gruppo di studio era d'inserire sulla parete finestrata un blocco cucina sul modello americano. La critica del professore fu quella che vicina alla finestra era il posto del tavolo. Il luogo dove i bambini fanno colazione e godono la luce diretta del sole. Ricordo un ulteriore particolare nelle sue parole, che allora mi sembrava strano, estraneo alla formazione di un architetto; soprattutto in quell'ambiente dominato dal razionalismo. La sua lezione di come disporre gli spazi passò anche sul latte versato sul tavolo La macchia di latte, diceva, che sempre i bimbi fanno versare sul tavolo, diventa matrice di disegni che il piccolo dito propaga sul piano verso l'esterno come raggi che esplodono dal nucleo. Questo particolare ricordo mi appare alla mente, mentro visito il suo studio e le sue opere. Diventa la mia chiave di lettura per capire la sua produzione artistica di come nasce e si sviluppa: da un nucleo originale che si dirama verso l'esterno conquistando lo spazio e la luce. Le sue composizioni mi appaiano come originate da quel processo che si manifesta sia nel disegno con il latte sul tavolo sia nell'antropologia delle grandi conformazioni architettoniche di Ponticelli. Da quella cultura antica e popolare dove le cose si stratificano, si dilatano dettate dalle necessità sia da continue ispirazioni espressive e sia da un lungo processo di identità culturale. Oggi nel suo studio, a distanza di 30 anni, vedo nella sua produzione anche una sfida contro quella civiltà del consumo e dei rifiuti. Nel suo fare si evidenzia un programma, un modello di società che nega il rifiuto dove i materiali non muoiono mai perché hanno un'altra possibilità, una nuova possibiltà di prendere vita. Un programma artistico profondamente radicato nella cultura materiale dei luoghi che si sta concretizzando anche con l'esperienza laboratori dei giovani del Rione Sanità di Napoli e con gli artigiani di Rua Catalana. Immagini di arcaiche di divinità si mischiano con personaggi di favole. Disegni dai tratti primitivi e infantili che si depositano uno dopo l'altro, in un ambiente e in una Napoli, in un sud che i poeti descivono contemporaneamente disperata e vitale. Nello studio-laboratorio segni si sommano ad altri segni, bozzetti a bozzetti, modellini di caffetterie a modellini di oggetti con misteriose funzioni saturando ogni spazio, ogni angolo possibile. Le cose si accumulano e negano il loro destino, la deriva che conduce al rifiuto. Il lavoro quotidiano a cui il maestro si dedica ha la funzione di ridargli vita, trasformandoli in preziosi oggetti d'arte. Il professore ci illustrata disegni dove le campiture vengono coperte con bucce di caramelle o gocce di caffè rimaste nella tazza dopo il suo consumo e metalli che sembrano sempre raccolti e riportati in vita da un deposito di rifiuti. Ancora una volta quello che si vede sembra essere realizzato per dare l’opportunità al bambino di creare forme sotto il sole. In questo suo studio, che è anche un tortuoso spazio laboratorio, si depositano continue idee e forme che vanno oltre la vita personale dell'artista. Qui un esercito di oggetti con significati lontani dai valori che dominano il mondo contemporaneo sembra pronto a riempire di senso la città desertificata dai miti del consumismo. Prima di salutarci, attraverso il balcone, ci indica la Napoli millenaria che sembra uscire dal mare o forse sprofondare in essoTesto Antonio Guarino
Casa Maehashi Book 2010 Twobooks Editions
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Fotografie e testi di Alessio Guarino
Testi e traduzione poetica di Fabrizio Grasselli e Shoko Takahashi
Grafica: Megumi Watanabe
写真・文:アレッシオ・グエリーノ
詩とイタリア語による詩的翻訳:ファブリツィオ・グラッセッリ、高橋祥子、渡辺めぐみ
Con il patrocinio della Società Dante Alighieri - Tokyo e con il patrocino dell’Ambasciata d’Italia a Tokyo.
後援:在日イタリア大使館、ダンテ・アリギエーリ協会東京支部
秋の田の… Aki no ta no… Risaia d’autunno… Fabrizio Grasselli ファブリッツィオ・グラッセッリ
“Risaia d’autunno…”.
Con queste parole comincia la raccolta di cento waka/tanka, o poemi brevi, chiamata Hyakunin Isshu, letteralmente: ‘Cento persone una poesia’ che ci conduce, attraverso cento voci diverse, in un mondo di immagini allegoriche, di sentimenti ed emozioni intime, quasi segrete. Waka, tanka o ancora uta, cioè poemi non in rima, composti di solito da 4 a 7 linee di 31 sillabe (5, 7, 5, 7, 7), ma la cui struttura viene spesso modificata, piegata alle necessità poetiche, proprio come avviene nella poesia contemporenea in cui è la parola, carica di significati evocativi, onomatopee e doppi sensi ad aver ragione della metrica e della rima…
「秋の田の・・・」
“Risaia d’autunno…” (Autumn rice-fields…)
This the beginning of the collection of one hundred waka/tanka, short poems, called “Hyankunin Isshu” literally meaning “one hundred people one poem”. Through one hundred different voices the collection carries us to a world of allegorical images, feelings, and private, almost secret emotions. Waka, tanka or also uta, unrhyming poems, are usually composed of 4 or 7 lines of 31 syllables (5, 7, 5, 7, 7). Their pattern is often changed by poetic needs, as it happens in contemporary poetry where the single word, full of evocative meanings, onomatopoeia and double meanings wins over the metrics and the rhyme scheme.
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Strada senza uscita
II espisodio 2011 Fiesole
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La notte pende sul nulla
I espisodio 2011 Fiesole
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Aesop Ginza
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We are delighted to announce that we have opened our second Tokyo store on Renga Dori in the Ginza. This compact space has been designed by Jo Nagasaka of Schemata Architecture in collaboration with Aesop Creative Manager Hiroko Shiratori. Jo Nagasaka also created Aesop Aoyama, our first Japanese signature store. Jo Nagasaka has chosen red brick as the primary material for the interior of the Ginza store as a nod to the street's informal name – Red Brick Street – and to explore the possibilities of a utilitarian material uncommon in Japan. The bent copper demonstration sink pays homage to times when quality plumbing was treated with greater reverence. The resulting store design is bold, pragmatic and poetic. Aesop Ginza occupies a location that was home to Japanese cobblers Milano Shoes for forty-sevenyears. That company was committed to offering personal service and quality wares to a loyal clientele, never wavering as the street changed around them. We look forward to working from a space that has embodied values so closely aligned with our own. We invite you to visit Aesop Ginza at your earliest opportunity. Our highly trained staff will be available to guide you through our range of exceptional skin, hair and body products.
Project by Jo_Nagasaka
Aesop Minami-Aoyama
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Aesop is proud to open our first signature store in Tokyo, on the Ground Floor of the Asada building in Minami-Aoyama. Behind the humble facade sits a small store with a remarkable story. Architect Jo Nagasaka, when considering how to create a functional yet poetic retail space for Aesop’s range of skin and hair products, came upon an abandoned house, the Murazawa residence in Nakano-ku. Recognising the possibilities for reusing the wooden boards and beams, Nagasaka collaborated with Aesop Director Dennis Paphitis on a design that incorporates old and new materials, and pays homage to Japan’s well-established tradition of fusing modern and traditional. The project was challenging, but the result is a space that is simple, practical and warm.
Project by Jo_Nagasaka
GAUDI HOUSE STORY / MASAKO TOYOTA | ONOMICHI JAPAN
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ROOF HOUSE DESIGN TERUNOBU FUJIMORI + HIROSHI NAKATANI | SHIGA JAPAN
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June 2011 Azuma Center Fukushima
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June 2011 Azuma Center Fukushima
Ho aspettato due mesi prima di ritornare a Tokyo. La vita a Firenze è piacevole. Sono stato catturato dal suo paesaggio, dalla sua tranquillità. Non avrei potuto trovare un posto migliore dove stare. Le settimane sono passate riorganizzando la casa e la vita: l'anagrafe, la ASL, la scelta del pediatra per i bambini, la loro scuola, i loro nuovi amici. Ricomporre tutto in meno di un mese mi è parso incredibile. Sapevo che prima o poi sarei dovuto rientrare in Giappone, questa volta da solo, e la cosa mi tranquillizzava. A Parigi, dove ho fatto scalo, ho atteso 4 ore il volo per Tokyo-Narita, al check-in la vista dei giapponesi mi ha riportato alla mente la quotidianità a Tokyo: gli odori, la città, la nostra casa, i miei 3 anni "seduti sulla roccia", per dirla con un proverbio caro ai vecchi giapponesi
Dopo 14 anni che faccio avanti e indietro dall'Italia al Giappone, ho ancora una strana euforia all'idea di tornarci. Cerco di allontanare ogni pensiero negativo e ripenso alla capitale e alla sua gente meravigliosamente pazza e silenziosa, elegante, smarrita, guasta. Tokyo è una città con 25 milioni di facce, e se ne riconosci una per strada fai festa. Il passaggio dal mondo contadino al mondo ipertecnologico, che nessuno conosce fino in fondo, è la scoperta meravigliosa e folle di una città astratta e iperfunzionale in grado di offrirti quasi tutto. È l'unico posto dove mi sento di stare.
Arrivato a casa ho ritrovato la tensione lasciata prima di partire: la fretta di preparare le valigie, senza neppure sapere se sarebbe stato possibile rientrare. In rete, in quei giorni, si leggevano notizie di ogni genere, compreso un piano di evacuazione della città e lo spostamento in segreto a Kyoto della famiglia imperiale. Si vedevano le facce disorientate dei giornalisti alla tv NHK e quelle di tutto il mondo puntate su quel pentolone chiamato Fukushima. Ricordo che dopo il terremoto per tre giorni non sono riuscito a dormire: la casa continuava a muoversi, e anche se l'edificio in cui abito è molto recente e mi sentivo al sicuro, ritrovare un po' di tranquillità non è stato facile. Lo chiamano stress da post terremoto: perdi il senso dell'equilibrio, ogni rumore, ogni movimento viene percepito come una forma di pericolo e tutto questo, dopo qualche giorno, rende fragile il sistema nervoso. Solo sullo Shinkansen per Kyoto, dopo aver deciso di allontanarci da Tokyo, abbiamo ritrovato un po' di pace. I bambini si sono addormentati quasi istantaneamente, e dal finestrino si allontanava l'immagine di una città tremolante. Ci stavamo lasciando alle spalle tutto il suo carico di tensione e paura.
Arrivati in albergo a Kyoto abbiamo deciso di rientrare in Italia. Avevamo tolto l'audio alla tv: quello che si sentiva era solo la reiterazione di un presente che non lasciava spazio a nessuna riflessione. Era chiaro che niente sarebbe stato come prima. Portare via i bambini ci è parsa l'unica cosa da fare per evitare le conseguenze dell'11 marzo. Soprattutto volevamo evitare i rischi alimentari di una catena già devastata da troppa industria e dai prodotti Ogm. Abbiamo trascorso tre anni in Giappone facendoci domande su questo modello di esistenza costruito sull'avere e sulle apparenze. Dove la felicità era figlia di un insieme di regole, in primis la sottomissione al datore di lavoro, mentre la vita politica e familiare proseguivano nella completa indifferenza. Dopo una settimana a cercare cibi provenienti dal sud del paese comincio ha provare una certa stanchezza. Ho sentito che molti anziani comprano appositamente verdure coltivate nelle aere colpite dalle radiazioni per aiutare la gente del posto. Ti riprometti di non bere acqua del rubinetto, ma alla fine cedi inevitabilmente a un caffè al bar, a un aperitivo con il ghiaccio, per ogni cosa che bevi e mangi viene utilizzata acqua, e non è certo acqua minerale.
L'11 giugno, in tutto il Giappone, ci sono state 150 dimostrazioni per dire "No al nucleare" e contro la cattiva gestione della Tepco. A Tokyo quanti saremo stati forse non lo sapremo mai, il silenzio dei media ha confermato l'idea che mi sono fatto di questa gente. Mi hanno raccontato che nelle prime settimane dopo il disastro le luci della città erano diminuite, ferme alcune scale mobili, tanti maxischermi spenti. Ma un po' alla volta tutto ha ripreso la sua potenza energetica e inquinante di sempre. Tokyo è una macchina che non è possibile né rallentare, né spegnere.
È dal 1963 che la torre a Shinjuku misura i livelli di radioattività in città, rilevazione a cui nessuno ha mai fatto caso. Oggi, guardandola, molti - come noi - hanno certamente iniziato a domandarsi cosa diavolo sta succedendo a questo paese, e alla salute dei propri figli. Qualcosa è cambiato a Tokyo. The atlas for immigration, un sito che prospetta i luoghi migliori dove emigrare, dicono che sia molto visitato dai giovani di Tokyo, soprattutto nelle ore notturne.
A Fukushima siamo arrivati verso le 9.47. Ero con un gruppo di architetti che studiano un piano di ricostruzione. Ci aspettava un'auto per portarci all'Azuma Evacuation Center, dove amici e studenti di architettura hanno organizzato un workshop per rallegrare i bambini ospitati al centro. Grande questione non ancora affrontata da nessuno in questo paese è quella del futuro di questa generazione. C'è stato anche un concerto dell'orchestra giovanile di Fukushima con violini, viole e violoncelli. Hanno suonato Ciajkovskij, ma la cosa non ha riscosso molto interesse. Sono quasi 4 mesi che queste persone sono al centro Azuma, stipati nelle strutture in cartone leggero di emergenza disegnate da Ban Shigeru.
Rientriamo a Tokyo nel tardo pomeriggio. Alla stazione di Fukushima tutto è come sempre, si vende di tutto, comprese ciliegie ben confezionate: ci chiediamo se veramente sia successo qualcosa, ad appena 90 chilometri da qui. Qualcosa che ha stravolto il mondo, ma non questa gente. Ripenso all'incredibile storia di Hiroo Onoda, il soldato giapponese rimasto in isolamento per 30 anni sull'isola di Lubang perché si rifiutava di credere che la Seconda Guerra Mondiale fosse finita. Mi sembra possa essere il giusto paradigma della straordinaria obbedienza di questo popolo. Il mattino non ha niente da raccontare, e la sera è lasciata tutta alla stanchezza. Chi vive a Tokyo da kaishain, da uomo-salario, può capire cosa intendo.
Testo Alessio Guarino
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Wako Elementary school by arch. Ben Nakamura
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Yuki | Ho necessità di sublime
Di Alessio Guarino e Marco Mazzi | Testi di Paola Molteni | Fiesole 2011 ©
Shinjuku scattering
For many years I have been collecting sky and cloud images. Although the idea of the sky was always with me, I never used those images before. Wind, clouds, reflection and diffusion of the sunlight, transcendence and bliss. These visual messages change their form, they are scattering luminous forms, so similar to the human soul
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Sprilal Market Limited Salaction | Kuki No Utsuwa By Studio Torafu
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TAMA ART UNIVERSITY LIBRARY BY TOYO ITO | JAPAN
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Cube House | Arch. Shinichi Ogawa & Associates | Kanagawa Japan
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Bamboo Fiber House | Arch. Kengo Kuma | Kita Kamakura Japan
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Fuji Kindergarten | Ring Around a Tree | Tezuka Architects
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Torafu Architects | Studio Torafu | 鈴野浩一 禿真哉
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TREE HOUSE IN FOREST BY HITOSHI WAKAMATSU| NAGANO JAPAN
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YOKOSUKA MUSEUM OF ART BY RIKEN YAMAMOTO | YOKOSUKA JAPAN
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Tokyo, 3 luglio 2010
Testo di Fabrizio Grasselli
È un luglio molto caldo, quello che è appena iniziato qui in Giappone, climaticamente e politicamente caldo. Dopo la vittoria nelle elezioni politiche, per la Camera Bassa, dello DPJ (Partito Democratico Giapponese) e l’insediamento del Governo Hatoyama, l’LDP (Partito Liberal Democratico) dopo oltre 60 anni, quasi ininterroti, di potere, ha cominciato un ineluttabile processo di implosione, causato soprattutto dalla defezione di singoli parlamentari, ma più spesso di gruppi di parlamentari, composti in genere da un minimo di 5 membri, cioè del numero minimo di aderenti per fondare un nuovo partito politico.
La meteora del Governo Hatoyama si è rapidamente spenta, a causa della mancanza di leadership del Premier, delle continue lotte interne al partito, ma soprattutto a causa dell’incapacità del Governo di risolvere il problema della rilcollocazione, fuori da Okinawa della base militare americana di Futenma. Un problema che ha suscitato forti sentimenti e atteggiamenti anti governativi, ma anche anti americani, un fenomeno inconsueto in un paese poco avezzo a esternare il proprio dissenso politico.
Per ritrovare una reazione di simile grandezza, bisogna risalire alla proteste pacifiste della fine degli anni 60, questo è indice forse che i rapporti bilaterali tra USA e Giappone sono arrivati ad un momento di ripensamento. Il successore di Hatoyama, Naoto Kan, appena salito al posto di comando del governo, si trova ora ad affrontare una campagna elettorale difficile, resa ancor più complessa dalla comparsa sulla scena politica, di una vera e propria galassia di nuovi partiti, micro partiti e indipendenti che si devono competere i 121 seggi della Camera Alta (Sanjiin), il prossimo 11 luglio. Le elezioni rappresentano il banco di prova del nuovo Governo e una sconfitta, o l’impossibilità di ottenere una maggioranza sicura da parte del Partito Democratico rappresenterebbe quasi sicuramente la fine del Governo Kan.
Se questo avvenisse, si aprirebbe uno scenario di grave instabilità politica, nessun altro partito infatti, sembra essere in grado di raggiungere una maggioranza relativa e la forte frammentazione dello spettro politico si presta solo alla formazione di governi deboli.
In sintesi: il quadro politico, alla vigilia delle prossime elezioni per il rinnovo delle cariche parlamentari non non è mai stato così caotico. Sul piano economico, gli indici descrivono un paese che stenta ancora ad uscire da una crisi diventata troppo lunga. La situazione geopolitica, sullo scacchiere asiatico, risulta incerta, con una Cina che assume un ruolo sempre più importante e un Giappone che sembra avere difficoltà a trovare il suo ruolo nel nuovo scacchiere mondiale.
Se quanto sta avvenendo all’interno e intorno al Giappone, succedesse in un paese europeo, ci si potrebbe aspettare una forte tensione sociale, con manifestazioni di piazza, scioperi, dibattiti e campagne mediatiche orientate verso la polemica e la conflittualità. Ma in Giappone tutto questo non avviene. Chi in questi giorni, si trovasse a passare da Tokyo, o da una qualsiasi città giapponese, incontrerebbe i rappresentanti dei vari partiti o indipendenti (mushozoku) impegnati in una campagna elettorale inconsueta, secondo i criteri di giudizio occidentali. Di fronte alle stazioni ferroviarie di maggior traffico, incontrerebbe pulmini attrezzati a palco dai quali, candidati e leader di partito, tengono comizi, apparentemente accolti dall’indifferenza dei passanti, letteralmente ‘bombardati’ da autoparlandi ‘sparati’ alla massima potenza. Stessa colonna sonora, nelle vie cittadine, attraverso minubus dai quali instancabili ‘Signorine usignolo’ (uguisu jo) in abbigliamento sportivo, salutano la folla con la mano inguantata di bianco.
In tutte le zone pedonali in prossimità delle aree commerciali, vecchie e nuove personalità politiche o energetici attivisti, stringono mani, distribuiscono volantini e soprattutto tanti sorrisi e inchini, prima o dopo brevi comizi, anche questi a tutto volume. L’atmosfera è quella della festa, della sagra paesana (matsuri) pacifica e dal carattere cordiale. Le massaie e soprattutto gli anziani, sembrano gli unici a prestare attenzione, a farsi fotografare insieme ad un ex primo ministro, a un dirigente di partito, all’improvvisato politico che corre da solo per un posto in parlamento. Quello che manca è l’aggressività, la veemenza, il senso di conflitto così tipico in tante campagne elettorali, in altre parti del mondo. Un bella e ironica descrizione di quanto avviene durante le campagne elettorali nipponiche è il film-documentario: ‘Campaign-Senkyo’ (Campagna elettorale) di Kazuhiro Soda del 2007.
Il film come le immagini fotografiche, le descrizioni anche dei parametri estetici del ‘Senkyo’ possono aiutare moltissimo a comprendere questa Società, così spesso fraintesa. Seguire i candidati, sulle rotte dei minibus, di fronte ai centri commerciali, nei piazzali prospicienti le stazioni, è un modo per scoprire, alcune delle caratteristiche sociali più importanti del Giappone come: la serietà mista all’autoironia, il gusto del travestimento e della ‘coreografia’, l’impegno ad ogni costo per ottenere il risultato, pur sapendo di utilizzare strumenti e atteggiamenti spesso ridicoli e largamente superati dalle nuove forme di penetrazione e convinzione mediatica. I giapponesi lo sanno, ma stanno al gioco, forse vagamente annoiati, senza darlo troppo a vedere. Gli occidentali che conoscono bene il Giappone e sicuramente molti giapponesi, si domandano, a cosa serva questa colorata e pacifica ‘coreografia elettorale’. Ci si domanda inoltre chi ascolti quelle che sembrano parole lanciate al vento, accompagnate da volantini, gadget, poster e slogan ingenui che certamente non hanno presa sul cittadino giapponese metropolitano, un po’ ‘flaneur’ e un po’ ‘blasé’, disincantato, culturalmente ed estremamente sofisticato dal punto di vista estetico.
E cosa provano quelli che sono dall’altra parte, per così dire, della bariccata, i candidati? Un caso emblematico. Aki Wakabayashi, quarantaquattrenne, già giornalista economica di un certo rilievo, indipendente, corre sostenuta dal Minna no To (Partito di tutti) una compagine populista di destra,fondata da un leader del vecchio Partito Liberal Popolare Yoshimi Watanabe, insieme ad altri 5 membri dello stesso partito, una delle tante micro rappresentanze politiche sorte negli ultimi mesi. Lo slogan elettorale del partito è quasi disarmante: “No alla burocrazia, sì all’autonomia locale, sì a una vita serena”. Per Aki, la sveglia suona alle 6, non passa un’ora che è già sul minibus, preso a noleggio, accompagnata da una ‘Task force’ composta di un assistente tutto fare e da un autista.
La corsa per le strade di Tokyo continua fino alle 20:00, quando, per legge, si deve interrompere ogni forma di propaganda elettorale. Per tutto il giorno Aki, sale e scende dal pulmino, per collocarsi, senza scarpe su uno sgabello, affiancata dalla siluette in cartone, quasi un’icona, un po’ fumettistica del leader dello Minna no To, Yoshimi Watanabe. La candidata parla ora davanti alla sede del Mistero degli Esteri, ora davanti ad una stazione stracolma di pendolari frettolosi. La seguiamo nel minibus, mentre instancabile agita la mano, in segno di saluto, verso passanti distratti, non si può permettere nessuna graziosa uguisu jo che lo faccia al posto suo, i suoi finanziatori sono i suoi famigliari. Lei continua a sorridere, a stringere mani, a parlare, anche quando cammina, attraverso il megafono. Poi lasciata la stazione di Akihabara, si percepisce un momento di stanchezza, scende dalla vettura, corre verso un Mc Donald’s e mangia, in piedi, un Dubble Cheese Burger, mentre da un registratore digitale, un suo messaggio pre registrato, si diffonde nel caos cittadino. Poi riparte instancabile.
Nell’era di Internet di Twitter e di FaceBook, in Giappone la strada, il pulmino, il sorriso, l’inchino, il contatto con la gente rimangono un’obbligo, anche per il leader più importante. C’è qualcosa di fondamentalmente comunitario e democratico, in questo modo di promuoversi, avvicinandosi con umiltà all’elettorato, anche a rischio di fare brutta figura. Il giorno dopo le elezioni, come ovunque nel mondo c’è chi festeggia, chi progetta nuove sfide o rivincite, ma per le strade non c’è per nessuno l’aria da Coppa del Mondo persa ai rigori. Le strade tornano ad essere quelle che sono sempre state, gli autoparlanti non diffondo più la voce dei candidati alle elezioni, ma forse quella degli Arashi, un gruppo pop, che sorride da una gigantografia luminosa collocata su un Tir, qualcuno persino lo nota.
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